La CSR? Serve al business

Il Csr Manager Network, l’Associazione che riunisce i responsabili delle politiche di sostenibilità delle maggiori imprese italiane, promossa da Altis (Alta Scuola Impresa e Società dell’Università Cattolica di Milano) e ISVI (Istituto per i Valori d’Impresa) ha ospitato ieri l’incontro “Verso un’impresa sostenibile di nuova generazione: casi di successo e modelli prevalenti per l’integrazione della CSR nelle strategie di business". 

Tanti gli ospiti, tra cui Bradley Googins, executive director emeritus del Boston College Center for Corporate Citizenship e docente di Studi Organizzativi alla Carroll School of Management. Mario Molteni, direttore di Altis, ha fatto il punto su quello che è emerso dalla giornata di lavoro.


Ci fa un esempio virtuoso di integrazione della responsabilità sociale con la strategia aziendale?

 

Oggi ne sono state raccontate tante. Una in particolare è quella di Danone Italia, la cui storia dimostra come l’attenzione alla responsabilità e la ricerca di armonia tra la realtà aziendale e la comunità in cui opera, diano grandi risultati. Il loro impegno risale al 1972 e si è declinata in tanti modi diversi:  si sono impegnati in Bangladesh prima e ad Haiti poi, hanno una grande attenzione per l’ambiente, chiedono ai propri collaboratori su che progetti sociali impegnarsi. Un’impegno che certamente dal punto di vista interno è un fattore di coesione del personale. Mentre all’esterno, confermando l’idea di un’impresa che fa sue alcune cause sociali, alimenta un’immagine positiva.


Oggi quante aziende italiane sono dotate di un csr manager?

 

Numeri esatti non ci sono. Certamente posso dire che ormai una larga maggioranza delle prime 40 imprese del Futzi Mib sono dotate di un csr departiment composto da alcune unità. Ad esempio oggi è stato raccontato che il Gruppo Unipol, dopo la ristrutturazione di qualche hanno fa, ormai ha un csr department, che dipende direttamente dal vertice aziendale, e ha referenti csr presso ogni funzione aziendale. Questo è il modo con cui si diffonde la responsabilità all’interno dell’impresa.

 

In queste 40 aziende quanti csr manager hanno autonomia di spesa?

 

Immagino nessuno. È abbastanza normale che il csr manager non abbia forte potere di spese. Questo perché sono soggetti che realizzano il proprio mandato essendo agenti di cambiamento nei confonti degli altri colleghi. Quindi i fondi che sono destinati ad iniziative di csr arrivano da politiche di supply chain, marketing o logistiche. Il budget di solito è messo a disposizione dei manager che gestiscono i problemi aziendali.


C’è stato l’intervento di Bradley Googins. Perché è importante il suo modello a stadi di integrazione?

 

Anche negli Stati Uniti più dell’85% delle imprese è in una fase intermedia per querllo che riguarda la rsi. Cioè non gestisce ancora la csr in modo innovativo. La csr però, come lui stesso ha sottolineato, può e deve diventare una leva competitiva per l’impresa. Il modello a stadi è un modo molto efficace per consentire alle imprese di capire a che punto sono, quali sono i passi futuri da fare e quali i benefici nel percorre questi passi. Cosa fondamentale quando ci si trova di fronte ad un azienda che nutre ancora diffidenza nei confronti delle pratiche di responsabilità.

 

Fonte: Vita.it

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